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CCL
Autrici

La
                                ratio del nostro lavoro
Claudia Chellini
Adalinda Gasparini
Credits
Nota bene
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RATIO DEL NOSTRO LAVORO

Le ideologie volte a emancipare gli uomini e le donne dalla soggezione al sacro, organizzato dai potenti per scopi raramente umanitari, hanno diminuito la forza delle grandi religioni. La caduta della grande illusione che queste ideologie, sia ispirate al marxismo, sia al capitalismo, ci rendessero più liberi e consapevoli ha lasciato campo a una sensazione di impotenza e sconforto da un lato, e a un ricerca caotica di modelli di credenza che rimuovano almeno temporaneamente il lutto legato alla perdita di un orizzonte di speranza, sia pure utopica.

Esistono miti senza popoli, ma non popoli senza miti. Le fiabe, come i miti, hanno eroi ed eroine, prove impossibili, rischi mortali, metamorfosi, incontri e scontri con entità trascendenti. La loro esistenza e la loro permanenza è però indipendente dalla comunità culturale nella quale sono state narrate e rinarrate. Questo dipende dal fatto che non hanno mai costituito un corpus di racconti che potesse servire da fondazione immaginaria di una comunità. Un dittatore può - ancora oggi - ottenere il consenso spacciandosi come eroe mitico, ma non come protagonista di una fiaba.

Chiamiamo fiabe quelle forme narrative che contengono materiali antichissimi, forse come il linguaggio stesso, e che tutti riconosciamo come fiabe. Per quanto si possa ipotizzare che esistessero da tempo in forma orale, esse sono attestate in forma scritta a partire dal XVI secolo (a Venezia, nelle Piacevoli Notti di Giovan Francesco Straparola) e dal XVII (a Napoli, nella prima raccolta di fiabe, Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile).

Fabulando nasce dal nostro amore per le fiabe e dal desiderio di renderle accessibili a tutti, scegliendo fra quelle narrate col massimo grado di intensità poetica, che coincide con la loro massima pregnanza.
Hanno questo carattere sia le opere di Straparola, Basile, Perrault, sia le fiabe popolari che dobbiamo a studiosi raccoglitori come Giuseppe Pitrè, di cui proprio nel giorno in cui scriviamo queste righe ricorre il primo centenario della morte.

Abbiamo dato forma a ogni carta, ogni immagine, ogni e-book, ogni nota di Fabulando riconoscendo nelle fiabe la presenza di innumerevoli varianti del sacro articolate in narrazioni e simboli che non devono nulla alle fedi particolari e agli idoli locali.

Conoscere le fiabe significa ascoltare un coro immenso: ogni voce umana vi trova spazio, e di ogni voce ha bisogno per risuonare. Esiste da sempre, ma l'ascolto è impedito dalle istanze identitarie fondate sull'opposizione anziché sul riconoscimento dell'altro. Speriamo che la nostra fatica possa contribuire, in misura piccola a piacere, all'ascolto e alla partecipazione a questo coro.

                                                                                                                  Claudia Chellini & Adalinda Gasparini

                                                                                                                                         Firenze, 10 aprile 2016






CREDITS

Fabulando nasce dal desiderio e dall'impegno comune delle Autrici, che ne hanno curato interamente la realizzazione senza un solo litigio. Ogni scelta e ogni decisione vanno attribuite ad entrambe, mentre la realizzazione informatica è prevalentemente di Claudia Chellini e quella grafica prevalentemente di Adalinda Gasparini. I lavori curati personalmente da una delle autrici ne recano la sigla o il nome per esteso.

La versione inglese di Fabulando è da attribuire ad Adalinda Gasparini, comune è stata la scelta di proporre Fabulando anche a un pubblico non italiano. È in corso il necessario editing della versione inglese, inclusa quella delle fiabe italiane dialettali tradotte per la prima volta. Questo lavoro si avvale della preziosa assistenza di David Ginsborg, al quale si deve inoltre la prima traduzione inglese dellle fiabe dialettali Il Gatto Mammone e Meni Fari.

Le colonne sonore delle animazioni (La Gatta con gli stivali e Il Principe Ranocchio) sono di Federico Riondino (variazioni su O che bel castello, I' te vurria vasà, Te voglio bene assaje); chitarra: Federico Riondino, percussioni: Ugo Nativi, effetti sonori e registrazione: Lorenzo Nardi.

Fabulando è liberamente accessibile dall'Apple Store grazie a Gabriele Corsinovi, che ne ha sviluppata l'app.








CLAUDIA CHELLINI

curriculum vitae

sito: Percorsi di pensiero
Questa storia comincia con la mia voce di bambina che si diffonde da un mangianastri proveniente direttamente dagli anni Settanta. La voce pronuncia delle parole, intervallate da un breve silenzio, e mi rivedo toccare i disegni colorati sul librino “pre-scuola”, come si chiamava allora. Chissà se sapevo leggerle quelle parole o se avevo soltanto imparato a identificare gli oggetti, o se avevo imparato a memoria l’ordine con cui le parole erano distribuite nelle pagine. Avevo fra i quattro e i cinque anni e i miei genitori si divertivano a registrare la mia voce.
La seconda tappa di questa storia mi vede seduta a gambe incrociate sulla moquette verde della mia cameretta con un grande libro di Cenerentola fra le mani: sto raccontando, con le parole esatte del libro. Ho appena sei anni e non so leggere così bene, ma ho ascoltato tante volte il quarantacinque giri della fiaba che l’ho imparata a memoria.
Nella terza tappa ci sono ancora io, stavolta intorno ai 10 anni, che chiedo: «Ma che differenza c’è fra Apollo e Iperione se sono tutti e due dei del sole?» Ne seguono la risposta imbarazzata e fantasiosa di mio padre e un regalo di mia madre: un libro che racconta ai bambini le storie degli dei e degli eroi. Ne sono seguiti  molti altri, continuano ancora a seguirne molti altri: dalle storie narrate dai poeti classici a quelle narrate dagli studiosi contemporanei, per scoprire, ormai anni dopo la fine degli studi, la profondità storica e la sensibilità di autori di epoche diverse del passato, Giovanni Boccaccio in primis e poi i grandi studiosi dell’Ottocento.

Quando, poco meno di dieci anni fa, durante una navigazione internet alla ricerca di qualcosa che stimolasse la mia mente in quel momento un po’ assopita, ho visto scritto “Nello specchio delle favole”, ho sorriso di un sorriso incuriosito e lampeggiante negli occhi. Si trattava di un seminario e l’oggetto erano appunto le fiabe. Devo aver capito subito, prima ancora di cominciare, che la serietà con cui si affrontava la questione era la stessa della mia domanda di bambina, la stessa con cui avevo continuato a riflettere sui miti.
Ho incontrato così Adalinda Gasparini, che teneva quel seminario, e la fecondità di questo incontro è stata tale che ho ricominciato a riflettere sulle narrazioni.

Il mestiere della formatrice, che ho appreso facendolo mentre ancora studiavo e affinato negli anni successivi, non sarebbe possibile, per me, senza una costante attenzione alle narrazioni: narrazioni collettive e narrazioni individuali. Ciascun partecipante approda all’aula con una propria narrazione, spesso frammentaria, che esprime in tutto quello che fa e dice, che non fa e non dice, che esprime a me, che guido il gruppo, e agli altri partecipanti, che talvolta conosce molto bene perché sono suoi colleghi, talvolta non ha mai visto prima. Che il tema che tratto sia “parlare in pubblico”, “gestire conflitti”, “relazionarsi in modo efficace”, “scrivere nelle organizzazioni” o “ricostruzione delle proprie risorse professionali”, l’apprendimento di ciascuno può darsi quando la narrazione individuale entra come parte integrante nella narrazione del gruppo, e quando i partecipanti vedono da un lato di aver contribuito a costruire quella narrazione collettiva e dall’altro che proprio da quella narrazione collettiva la loro acquisisce qualcosa di nuovo.

L’incontro con il pensiero matematico ha significato per me scoprire altre forme di racconto, altri modi di vedere, sentire, rappresentare. Così quando, nell’aula di un seminario, ho visto disegnate su una lavagna a fogli mobili le trecce, che il matematico Luca Migliorini ha giocosamente definito «l’oggetto matematico più narrativo», ho di nuovo sorriso di un sorriso incuriosito e lampeggiante negli occhi.
Abbiamo avuto, Adalinda ed io, un’intuizione contemporanea: le trecce, che avevamo conosciuto insieme a quel seminario, potevano essere uno strumento adeguato per la rappresentazione della struttura delle fiabe. 
Ecco, è iniziato così il lungo percorso che ci ha portate, attraverso territori nuovi e dai contorni per noi inusitati, alla costruzione di Fabulando.

Ci eravamo immaginate entrambe che in una treccia le curve (cioè i fili) rappresentassero gli attanti di una fiaba. Ma cosa poteva rappresentare l’incrocio di due curve? E ancora: in quale caso una curva passava davanti all’altra e in quale caso passava dietro? Nella formalizzazione datane dal matematico Emil Artin passare davanti o passare dietro è identificato da un segno + o un segno -. Cosa significavano per noi i segni + e -? In che ordine dovevano stare i fili che rappresentavano gli attanti? Il protagonista doveva sempre essere il primo a sinistra? O in quella posizione, quella iniziale seguendo l’ordine di lettura, ci dovevano stare le figure genitoriali perché c’erano prima che nascesse la fanciulla o il giovane di cui si racconta la storia?
Quando abbiamo iniziato la nostra ricerca, il nostro pensiero si muoveva con categorie formatesi dalla lettura di Propp e di quanti si erano immersi nell’immane lavoro di classificazione delle fiabe, avevamo in mente le funzioni illustrate in Morfologia della fiaba e i motivi dell’indice Aarne-Thompson, e avevamo chiaro che stavamo cercando qualcos’altro.
Per capire come utilizzare lo strumento delle trecce, abbiamo scelto Cenerentola, nella prima versione pubblicata che si conosca, La Gatta Cennerentola di Giambattista Basile. Abbiamo capito ben presto che usare fogli e matite per disegnare non ci era sufficiente: volevamo costruirla la treccia di Cenerentola. Ci siamo munite quindi di fili colorati, spilli e supporti di sughero, abbiamo disegnato la retta L1 e abbiamo cominciato a disporre i fili, un colore per ciascun attante all’inizio, poi un colore per ciascun tipo di attante. Attribuire il rosa alla “principessa” e il celeste al “principe”, come avevamo preso a chiamarli, è stato istintivo, come lo è stato dare un colore più scuro alle figure genitoriali, diversificato per la madre e il padre di Cenerentola: rosso per la madre, blu per il padre.  E la fata? E le sorellastre? Giallo per la fata, luminoso come la magia, verde per le sorellastre. In quel momento decidemmo così.
Dopo di quella, abbiamo realizzato molte trecce di molte versioni di molte fiabe; spesso, arrivate ad un punto cruciale della storia, ci accorgevamo di aver fatto degli errori e ricominciavamo da capo. Ogni volta piegavamo i fili seguendo la narrazione e poi ci fermavamo a osservare: e ogni volta la treccia rendeva evidente ai nostri occhi qualcosa della fiaba che non avevamo visto prima. Per molti mesi abbiamo costruito trecce colorate cercando di dare risposte a quelle domande che, sorte fin da subito, ancora ci interrogavano: il significato dei + e dei -, la posizione iniziale dei fili. Fino a che non abbiamo trovato delle risposte: erano risposte provvisorie, ma erano anche ipotesi con le quali potevamo lavorare. E dunque abbiamo scelto di far passare davanti la curva corrispondente all'attante che, secondo la dinamica narrativa, in qualche modo sceglie, o decide, l'azione stessa. Per la disposizione delle curve, invece, abbiamo utilizzato un criterio squisitamente funzionale alla rappresentazione delle interazioni fra gli attanti.
Dopo quasi un anno siamo passate alla notazione formale, sul modello di quella di Emil Artin. Il matematico indica gli incroci, che chiama generatori, con la lettera greca sigma, s, alla quale aggiunge in pedice la posizione e il segno. Noi avevamo bisogno di esplicitare, oltre alla posizione e al segno, anche i tipi di attanti che interagivano. Questo portava con sé una riflessione più approfondita proprio sui tipi di attanti. Avevamo già identificato i quattro principali: i protagonisti, femminile e maschile, e i loro genitori. Rimanevano fuori ... tutti gli altri! Gli aiutanti, magici e non, e i persecutori, i fratelli e le sorelle. Funzionavano ancora per noi le categorie derivate dalla riflessione di Propp, mescolate a qualcosa di diverso che si stava formando. In quel momento abbiamo fatto una scelta feconda e densa di sviluppi: abbiamo deciso di utilizzare due coppie di lettere dell'alfabeto greco, e ed H per identificare figlia e madre, e o e W per identificare figlio e padre. Suono simile, fra figli e genitori, l’uno più breve, l’altro più lungo, come nel pensiero di tutti è la vita dei più giovani in confronto a quella dei più anziani; minuscole le lettere dei figli (che stanno crescendo), maiuscole quelle dei genitori (che sono già adulti). Ecco, si stava formando così, in nuce e non ancora visto, il concetto della fiaba come narrazione dell’avvicendarsi fra generazioni. La prima conseguenza di questa scelta è stata una semplificazione, sulla base di un ragionamento di questo tipo. Leggiamo la fiaba come un sogno: in un sogno le figure che compaiono sono tutte rappresentazioni di parti del soggetto che sta sognando, in una fiaba possiamo leggere gli attanti come rappresentazione delle parti che un soggetto attiva per raggiungere il suo lieto fine, a partire da una certa condizione iniziale. Il soggetto è massimamente rappresentato nell’attante protagonista. E quindi se è vero che Cenerentola ha una matrigna, ed è chiaro che una matrigna è una figura materna, cosa rappresenta la fata che la aiuta a uscire dalla condizione di segregata nella quale l’ha rinchiusa la matrigna? Una fata è potente, come un genitore per un bambino. E allora, se consideriamo la matrigna una figura materna persecutoria, potremmo considerare la fata una figura materna donatrice? Noi ci siamo dette di sì e abbiamo allargato la questione ad altre fiabe: se il re è una figura paterna, donatrice o persecutoria, lo è anche l’orco o il mago; se la regina è materna, lo è anche la vecchia che maledice o che fa un dono. Cosa ci sembrava più interessante di queste figure? Che fossero figure genitoriali o la loro funzione? Potevamo tenere insieme entrambi i punti di vista? E tenerli insieme sarebbe stato utile? Ci abbiamo riflettuto a lungo, siamo tornate più volte sulle nostre decisioni, chiedendoci se la narrazione, e la formalizzazione nelle trecce, acquistasse senso da una semplificazione o ne perdesse. Ogni volta trovavamo che quattro tipi di attanti e quattro colori riuscissero a mostrare un tipo di struttura narrativa densa di significato. Abbiamo abbandonato quindi il bisogno di tenere insieme elementi eterogenei, abbiamo lasciato andare qualcosa, e abbiamo così consentito a ciò che era in nuce di crescere un po'. Un particolare colpisce guardando le tante trecce che abbiamo realizzato: i primi incroci sono sempre fra un filo rosa o celeste e uno rosso o blu. Come dire che le fiabe trovano il loro punto d’inizio nella relazione fra l’attante protagonista e un attante genitoriale.

Oltre milleseicento record compongono il database che abbiamo costruito, ogni record descrive un incrocio ed è composto da una didascalia, dalla posizione dell’incrocio, il suo segno e le lettere che identificano i tipi di attanti. Questo lavoro ci ha consentito di esplorare le fiabe costruendo ogni volta una mappa che metteva in evidenza le relazioni fra gli attanti.
Eppure, adesso lo capisco, ci mancava qualcosa. Avevamo tante piccole mappe separate, come frammenti di un quadro. Il punto al quale eravamo arrivate non ci consentiva di trovare una chiave di lettura delle fiabe prese nel loro complesso. Avevamo capito qualcosa di importante di Cenerentola, qualcosa di Pelle d’Asino, qualcosa del Valletto del Mercante, qualcosa dell’Augel Belverde, ma continuava a sfuggirci il sentiero per poterci muovere fra le fiabe in modo diverso da quello al quale eravamo state abituate dai nostri studi.
Abbiamo cambiato approccio e siamo tornate a quello più classico. Abbiamo cominciato a ragionare secondo le categorie dei temi e dei motivi fiabeschi. Ma avevamo capito qualcosa di importante con le trecce e due elementi ci sono sembrati chiari fin da subito: le relazioni fra gli attanti erano dei veri e propri generatori, di movimento e di senso (la parola usata da Artin era per noi quanto mai appropriata) e il primo generatore della fiaba era la relazione del protagonista con un attante genitoriale, archè lo abbiamo chiamato, inteso come origine e causa del racconto in rapporto ad un télos, fine e conclusione della fiaba. Questi elementi hanno guidato una nuova riflessione. Ci siamo chieste come si articolasse nelle fiabe l’archè e poi ci siamo chieste come procedesse il racconto sulla base di una certa articolazione dell’archè. Il risultato di questa nuova stagione del nostro lavoro è stata l’identificazione da una parte di alcuni motivi salienti dello sviluppo narrativo delle storie, dall’altra di tre questioni cruciali che potevano caratterizzare la coppia archè-télos: gli attanti protagonisti dovevano trovare un legittimazione di cui erano privi oppure il loro percorso era rivolto a succedere al trono sposandosi (per i maschi) o trovando un degno successore (per le femmine) oppure si potevano presentare entrambe le condizioni. È stato questo il primo momento in cui abbiamo cominciato esplicitamente a ragionare sul concetto di successione.
Ci sono voluti due anni e mezzo perché quell’intuizione prendesse una forma, nella Carta fiabesca della successione di Fabulando.

Nel frattempo una nuova sfida ci aveva catturate: utilizzare gli strumenti digitali perché chiunque potesse godere di una fiaba con lo stesso stupore, divertimento e fascino che avevamo provato e provavamo noi. Con questo obiettivo abbiamo deciso di realizzare un’app. A mala pena sapevamo cosa fosse, di sicuro non avevamo idea di quale lavoro comportasse. Un amico sviluppatore si è incaricato di realizzare la parte informatica, noi, che all’inizio pensavamo solo di curare il progetto nel suo complesso e soprattutto la parte narrativa, ci siamo trovate a realizzare anche la parte grafica e le animazioni. In breve, davvero breve tempo, abbiamo imparato a usare programmi di cui prima non sapevamo l’esistenza. Abbiamo scelto le illustrazioni di Arthur Rackham, sia perché, essendo silhouette nere, ci sembravano più facili da elaborare, sia perché vi abbiamo trovato un’intelligenza della fiaba che ci ha catturate. Quale fiaba scegliere non è proprio stato in dubbio: quale altra se non Cenerentola, che ci stava accompagnando ormai fin dalla prima treccia? E così, abbiamo cominciato a modificare, tagliare, incollare parti di quelle silhouette, un po’ come (mi sia perdonato l’alto paragone) Lotte Reiniger nel 1922 ritagliò le sue silhouette per il suo Aschenputtel, uno dei primi film di animazione realizzati al mondo. Quale storia volevamo raccontare? Ci siamo lasciate guidare dalle illustrazioni di Rackham e poi abbiamo attinto alle molte versioni che avevano uno spazio tra le nostre narrazioni: Basile, Perrault, Imbriani, i Grimm... Abbiamo smontato e riarticolato la fiaba di Cenerentola avendo bene in mente quello che avevamo colto nelle trecce: i movimenti diversi del femminile e del maschile, il ruolo delle figure genitoriali, l’importanza di certi passaggi per la tenuta del racconto.
Dopo questa app, tutt’ora presente nell’App Store e che nella presentazione alla Fiera del libro di Bologna ha avuto un riscontro di pubblico che ci ha sorprese e ci ha dato la misura di ciò che potevamo realizzare, ci siamo imbarcate nella realizzazione di altre due app che però non sono mai state pubblicate (anche se il lavoro è confluito poi in Fabulando): La Gatta con gli stivali e Il Principe Ranocchio. In questi due casi abbiamo sperimentato una formula diversa, sulla scorta delle possibilità tecniche del nostro amico sviluppatore. Utilizzando le illustrazioni di un altro grande artista in questo campo, Walter Crane, abbiamo realizzato un’animazione corredata di didascalie in rima e una colonna sonora originale, un e-kamishibai, trasformando in prodotto digitale il tradizionale teatrino di carta giapponese, un e-book da sfogliare e poi la storia della favola. Modi diversi per narrare, ciascuno con una propria peculiarità, che ci hanno fatto esplorare le due fiabe secondo prospettive diverse. Se con l’e-book abbiamo ritrovato il gusto della narrazione distesa tutta incentrata sulla parola, con l’animazione e ancor di più con l’e-kamishibai siamo andate all’essenziale della storia, evidenziando le ripetizioni e i punti salienti in senso trasformativo perché il racconto fosse coerente e mantenesse tutta la sua pregnanza. Con la storia della favola ci siamo aperte ad un diverso tipo di narrazione, guardando la fiaba come parte dell’insieme delle narrazioni che formano la cultura.
Ci siamo appassionate anche a questi nuovi lavori ma eravamo ancora una volta sostanzialmente concentrate sulle singole fiabe, come con le trecce.

Poi, in un caldo pomeriggio dell’incipiente autunno del 2014 è accaduto qualcosa.
Eravamo scoraggiate: avevamo realizzato cose per noi inimmaginabili che, non essendo noi programmatrici,  rimanevano chiuse nei nostri computer. Dopo che il nostro amico sviluppatore ci aveva detto che il suo molto lavoro e le modifiche tecniche apportate agli strumenti di programmazione dalla Apple non gli consentivano di impegnarsi con noi, un programmatore si era offerto di realizzare un’app collegata direttamente ad un sito nel quale potevamo inserire autonomamente i contenuti. Ma il nostro ritmo era (ed è sempre stato) un ritmo incalzante e il suo, invece, aveva un andamento molto lento.
Eravamo scoraggiate. Con i computer in stand by, al tavolo al quale lavoriamo insieme da cinque anni e mezzo, ci siamo trovate a raccontarci quello che ci sarebbe piaciuto fare con le fiabe, a prescindere dai vincoli che in quel momento sembrava ci stessero soffocando.
«Immagina: uno clicca sull’icona dell’app e gli si apre una pagina che gli permette di navigare fra le fiabe come ... come una mappa. »
«Una mappa che identifica le fiabe del femminile e quelle del maschile, per esempio...»
«Sì, che mostra quali storie sono dello stesso tipo...»
«Che permetta di andare dall’una all’altra...»
Io mi sentivo di nuovo salire in viso quel sorriso incuriosito e lampeggiante negli occhi che ben conosco.
«Si fa?» La voce di Adalinda aveva lo stesso andamento del mio sorriso.
Deciso che volevamo seguire questa nuova pista, che in realtà era il desiderio che ci sosteneva fin dall’inizio, ci siamo trovate di fronte a molte questioni, la prima delle quali era tecnica: avevamo capito che, per fare un lavoro che per noi fosse soddisfacente anche mentre lo facevamo, dovevamo essere autonome, anche nella parte tecnica. Ho pensato che avevamo uno spazio web, quello di Fairitaly, la nostra associazione ONLUS, ed ero sicura che esistessero degli strumenti gratuiti o a bassissimo costo che potevano aiutarci nella pubblicazione online, e anche nella realizzazione di una semplice app. Ebbene: si è rivelato tutto vero. Abbiamo scaricato i programmi che ci servivano e abbiamo imparato ad usarli, con qualcuno è stato più facile, con qualcuno ... beh, le difficoltà per chi non è un programmatore sono molte, ma la rete è anche un luogo nel quale si possono trovare indicazioni utili e interlocutori generosi.
Una volta capito che potevamo avere e utilizzare i mezzi tecnici, restavano da chiarire molte altre questioni. La prima e più importante: cosa significava per noi una mappa per orientarsi fra le fiabe? Nel momento in cui abbiamo pronunciato la parola “orientarsi” ha cominciato a formarsi nella nostra mente l’immagine di una vera e propria carta di navigazione, di quelle usate dalla gente di mare, finché Adalinda non ha nominato la Carte du sense del matematico René Thom e la secentesca Carte de tendre. Le abbiamo studiate e ci siamo chieste quale fosse il paesaggio che volevamo rappresentare. Ed è come se questa domanda avesse chiamato a raccolta tutte le trecce, tutte le riflessioni, tutte le classificazioni dei cinque anni e mezzo di lavoro insieme e, come nelle fiabe al momento di più grande bisogno un magico aiuto soccorre l’attante protagonista, così nel nostro momento di più profondo scoraggiamento la nostra ricerca ha dato i suoi frutti. Avevamo visto che il primo incrocio nelle trecce era sempre con un attante genitoriale e che a seconda del tipo di questo primo incrocio si aveva uno sviluppo narrativo o un altro. Abbiamo proseguito su questa linea di riflessione, individuando nelle fiabe dialettali, in quelle antiche e in quelle più famose il tipo di incrocio iniziale, per definire il quale abbiamo sostituito alla parola archè la parola ingiunzione, perché non si tratta solo dell’inizio della storia: si tratta di una sorta di ordine cogente, con il quale l’attante protagonista non può non confrontarsi. E la fiaba narra delle svariate prove che si devono sostenere, delle innumerevoli creature che si possono incontrare, dei possibili percorsi che si possono fare per fronteggiare quell’ingiunzione e di come, nel frattempo, cammina cammina, si dia per ciascuno la possibilità di crescere.







ADALINDA GASPARINI

curriculum vitae

sito: Psicoanalisi e favole

“Noi” abbiamo avuto dei bei momenti, nozze felici e incontri stupefacenti, “noi”, pluralità identitaria polimorfa, abbiamo avuto tanti brutti momenti. “Io”, identità immaginaria e compatta, mi perdo ancora nel bosco, bambina impaurita dal buio, mai stata felice né buona. In una radura ho un tavolo un divano e una poltrona, dove mi siedo ad ascoltare, e chi mi parla dei suoi sogni e dei suoi incubi può ritrovare una sua strada. Non sediamo mai al bancone di un bar dove le luci sono sempre accese, dove la musica non si ferma mai, per non sentire il nostro comune smarrimento, per non vedere la tragedia che si sta allestendo sulla strada.

“Io” esisto vaga e sola, dal primo ricordo, quando a due anni mi palpavano affettuosamente: - Che belle ciccine! che belle ciccine! – Dissi: Non sono di ciccia. – Risero la mamma e le nonne di cui porto il nome: - O di che sei? - Di foglio.
Esistevo, compatto immaginario io, in braccio a mio padre che con la sua voce e l’indice mi mostrava la stella polare, ma io guardavo il cielo stellato e non la distinguevo, pazientemente allora mi mostrava l’orsa maggiore: - Il piccolo carro, vedi, e l’orsa minore, eccola, vedi, quella più luminosa è la stella polare - ricordo, dissi a un certo punto che sì, ora la vedevo. Temevo che perdesse la pazienza e tacesse la sua voce flautata, temevo che si inquietasse con me anziché amarmi così?
Se non avessi mentito forse non mi avrebbe dato i suoi tesori, i racconti della Grecia classica, con i filosofi che vedevo camminare e parlare calmi fra colonne bianche scanalate, lungo una via lastricata come quelle romane che abbiamo ancora, come nell’Atene di Pericle.

Ha continuato a raccontarmi di questi mondi fino a quando ho cominciato a trovarne da sola degli accessi. Da allora non mi ci ha più portato, e per quanto lo invitassi non ha mai voluto venire a vedere uno dei miei sentieri.
Quando gli chiesi un finanziamento per pagare la mia analisi personale, gli raccontai del bambino perverso polimorfo. Mi disse che queste cose le sapevano tutti, ma sarebbe stato meglio che Freud non le avesse dette, ma grazie a lui potei cominciare la mia formazione.
“Io” non ho mai scoperto da sola un sentiero, ma seguendo le indicazioni di un Autore, di cui via via mi sono innamorata, e il suo affetto lo sentivo fra i segni neri sulle pagine che mi aveva lasciato, un anno o mille anni prima.

Autore e autorità vengono dal latino auctor, verbo augeo, che significa aumentare: l’autore incrementa il lettore (dal latino lector, verbo lego, raccolgo, segni e parole). Dante propone una diversa etimologia, non per autorità, che verrebbe da auctor (augeo), ma per autore, che verrebbe da un verbo latino raro, auieo (avieo), fatto solo di vocali:

...ché solo di legame di parole è fatto, cioè di sole cinque vocali, che sono anima e legame d'ogni parole, e composto d'esse per modo volubile, a figurare imagine di legame. […] E in quanto "autore" viene e discende da questo verbo, si prende solo per li poeti, che coll'arte musaica le loro parole hanno legate… (Convivio, IV-vi 3-4).

Gli autori, i poeti (autores) fanno crescere chi raccoglie le loro parole, gli autori, le autorità  (auctores) controllano la loro crescita. Possono coincidere? Possono distinguersi? I genitori fanno crescere i figli e li controllano. I figli ricevono la prima impressione dai genitori e li abbandonano per cercare la loro via, perché il desiderio della vita ricorda quello dei genitori, ma è unico, non si copia né si duplica, perché è il filo rosso di ogni soggetto.

Ho sempre cercato compagni per andare nel mondo della cultura che mio padre mi aveva mostrato, e più volte mi sono illusa che avremmo fatto la strada insieme, ma poi mi sono trovata sola e delusa, a perdermi e ritrovarmi e perdermi ancora, nella vita, nelle teorie e nei miti.
Una volta che ero rimasta sola, mantenendo ancora la speranza di viaggiare con un compagno, mi parve di vedere un astro, forse la stella polare, e quella è diventata la mia direzione di ricerca: la struttura narrativa delle fiabe, evidente e inafferrabile. Visibile come la luna, si rispecchia in tanti pozzi e pozzanghere, e non disdegna nemmeno il nostro secchio, per lasciarsi guardare. Esce all’improvviso dalla lampada di Aladino, o si scopre che può nascondersi nella cenere, come Cenerentola: si può sempre raccontarla, un po’ per il proprio piacere e un po’ per condividerne la bellezza.
Sono passati trentacinque anni da quando mi è parso di vedere quell’astro, e da qualche anno cammino in compagnia, cercando di descrivere la luna, algebrica, topologica, barocca, essenziale, antica, nuova nuova. Questa struttura via via si è riflessa nel secchio della nostra ricerca, illuminandoci per un istante e lasciando riflessi sulla punta delle nostre dita e sui nostri nasi. Da quasi un anno lavoriamo per costruire Fabulando, che ora è un labirinto digitale, un caleidoscopio di fiabe e di discorsi sulle fiabe, un luogo virtuale dove tutti possono entrare, che ho osato anche tradurre col mio povero inglese, perché il nostro desiderio che molti possano sperimentarlo vuole andare oltre i confini della lingua italiana. La amiamo, perché è bella e ricca come l’Italia, si nutre del suo immenso patrimonio di storie, non inferiore a quello delle sue bellezze di tela e di marmo. Va dalla fiaba mitica di Amore e Psiche del mago latino africano Apuleio, alle fiabe barocche rinarrate da Matteo Garrone nel suo film Il racconto dei racconti. Contempliamo e studiamo insieme questa teoria immensa di storie, impossibile da raccontare, eppure pubblicata e ormai quasi tutta disponibile on line, storie che ci appartengono, certo, e che si sono formate e trasformate a partire dalla tradizione narrativa classica, greca e romana – come è stata romana, l’Italia è stata greca,  Magna Grecia – sbocciando col calore e i ritmi delle stagioni bizantine, persiane, arabe, francesi, spagnole, e poi dell’Europa intera, che ha fatto sue le narrazioni italiane, e dell’America, che le ha prese dall’Europa – come Disney dai Grimm e da Perrault – in un gioco di scambi reversibili, costanti e sempre nuovi. Ci siamo fatte l’idea che l’Italia ha una cultura straordinaria perché nella sua lunga storia è stata dominatrice e dominata, colonizzatrice e colonizzata. Da qui vengono la sua forza e la sua debolezza: questo patrimonio immenso non ha mai avuto né avrà mai padroni, e di certo non parla la lingua del neocapitalismo globale. La fiaba gioca col desiderio raccontandone il valore, mentre il nostro mito dominante inganna sul desiderio.

Fabulando è invito a viaggiare e racconto di viaggio nella Terra delle Fiabe, partendo dalla Carta fiabesca delle successioni. Il viaggio è bello se si fa in una buona compagnia e se si può raccontarlo.
Questo viaggio è nutrito del piacere della ricerca e di dolore, di un dolore che non trova ascolto, perché partecipa della grazia sbilenca della follia, specchio deformante che i normali fanno bene a nascondere, perché mostra aspetti umanissimi e perturbanti della nostra identità. Specchio formidabile, che si beffa della vanagloria di chi, dicendo “io”, crede di non declinare un enigma.
Fabulando può essere utile, ma non è fatto per essere usato. Fabulando può essere bello, lo abbiamo tanto curato, immagine per immagine, e-book dopo e-book, traduzione dopo traduzione, ma la bellezza non è il suo fine. Fabulando può essere ricco, ma è vicinissimo alla povertà. Fabulando è la meta parziale di un compito impossibile affrontato in coppia, che si racconta perché non si può restare troppo a lungo soli e perduti nella notte. L’abbiamo fatto perché vediamo e non vediamo la stella polare e la luna l’abbiamo nel secchio ed è sempre lontana. L’abbiamo fatto per il nostro bisogno e il nostro desiderio, perché chi ne ha bisogno e lo desidera ne faccia quel che vuole.






NOTA BENE

SEGNI DI INTERPUNZIONE NEGLI E-BOOK DI FABULANDO
Si sono trascritte le fiabe dialettali italiane e quelle in lingua inglese, tedesca o francese dai testi citati (sia nella pagina Fonti/Sources che si trova al termine di ogni e-book, sia nel Fairybiblio, bibliografia di Fabulando) rispettando i segni di interpunzione di quelle edizioni. La loro varietà è un aspetto della varietà del linguaggio verbale, narrativo e simbolico delle fiabe.











Fate
© Claudia Chellini & Adalinda Gasparini - 2015-2016
Fairitaly (Associazione ONLUS) - Firenze

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